Acquacotta

“Tutte le società, tutte le feste

Cominciano e finiscono in pappate,

E prima che s’accomodin le teste

Voglion esser le pance accomodate.

I preti che non son dei meno accorti,

Fan dieci miglia per un desinare.

O che si faccia l’uffizio dei morti,

O la festa del santo titolare,

Se non c’è dopo la sua pappatoria

Il salmo non finisce con la gloria.”

Filippo Pananti

 

Il culto degli ozi sfrenati e mangerecci interseca le sue radici con le più antiche origini della cultura gastronomica italiana e di quella fiorentina in particolare.

Firenze non era ancora Firenze quando gli Etruschi eressero un loro avamposto alle pendici dell’antica Fiesole dando inizio al lungo viaggio della nostra arte culinaria.

Gli Etruschi sono considerati una tra le civiltà più buongustaie della storia; amavano molto banchettare e, come riporta il filosofo e storico Posodonio, imbandivano due volte al giorno mense sontuose e raffinate da gustarsi comodamente distesi sui triclini al suono di musiche e danze.

Dopo la distruzione di questa formidabile civiltà dovranno passare oltre mille anni prima di tornare ad un simile livello di cultura gastronomica; con l’epoca imperiale, infatti, la tradizione culinaria fiorentina si confuse con quella di Roma aprendosi a svariate contaminazioni. Molte delle antiche ricette etrusche però sono sopravvissute al tempo e alla scomparsa della civiltà che le generò per raggiungere le nostre tavole.

L’acquacotta rappresenta l’esempio di questa eredità gastronomica: seppur con le dovute variazioni, questo piatto è ancora oggi uno dei capisaldi della nostra cucina tradizionale, immancabile voce dei menu delle trattorie, una delle prime dottrine culinarie che le nonne ancora tramandano alle nipoti. Si tratta di un piatto povero, composto da ingredienti stagionali e locali che mutano al variare delle coordinate geografiche.

Ricetta:

  • 4 fette di pane toscano
  • 1 litro di brodo vegetale
  • 2 cipolle grandi
  • 250 g di pomodori maturi
  • 2 gambi di sedano verde (comprese le foglie)
  • 4 uova
  • formaggio pecorino toscano da grattuggiare
  • olio evo, basilico sale e pepe q.b.

Senza voler sminuire il valore di questa celebre zuppa, credo sia doveroso sottolineare il lascito più importante di quegli antenati amanti del gusto e dei piaceri della vita.

Mangiare era per loro un atto strettamente connesso a momenti di socialità, si mangiava insieme associando all’evento del pasto numerosi altri svaghi e i banchetti venivano rappresentati anche sulle pareti delle tombe in modo che il defunto, nella vita futura, potesse godere delle stesse gioie culinarie. Ancora oggi questa dimensione sociale della cucina contraddistingue la nostra cultura così come la tavola imbandita e attorniata dai commensali scandisce il ritmo della nostra esistenza.

La condivisione del cibo storicamente si colloca all’origine dei rituali ma per noi il rito consiste proprio nel mangiare insieme e in tutte quelle attività connesse al momento del pasto come la cura nel combinare gli ingredienti o la preparazione della tavola.

E’ un momento di partecipazione in cui si possono condividere non soltanto i cibi, ma anche il piacere dello stare insieme ad appagare i sensi, mentre la vita sembra scorrere un po’ più lenta e le preoccupazioni annegano “ne’ lieti calici” di vino.

LEAVE A REPLY